venerdì 15 agosto 2014

Sintomi disturbanti di possibile origine "spirituale" (anzi, spiritica)

Ho letto di recente un libretto di un certo don Raul Salvucci il quale parla di vessazioni e possessioni spiritiche (diaboliche). Scrivo allora questo post per riassumere alcuni dei "sintomi" principali che potrebbero indurre a ritenere di essere, noi stessi oppure le persone con cui stiamo parlando, in presenza di un disturbo energetico oppure di una vera e propria interferenza spiritica disturbante, aggressiva o subdola.

- disturbi del sonno (incubi, angoscia, insonnia, risvegli strani accompagnati dalla sensazione di essere stati svegliati ma non vediamo nessuno, sognare di cadere in modo angoscioso, di schiantarsi in automobile, svegliarsi sconvolti senza motivo apparentemente razionale, sognare entità, simboli magici e/o esoterici, rituali, di subire violenza).

- pensieri che, senza che apparentemente vi sia nulla di sospetto, "vagano" e "ci portano" a ricordare un'esperienza, una persona, qualcosa di strano.

- deconcentrazione mentale nel lavoro, nello studio, nelle cose ordinarie.

- inquietudine, angoscia e/o attacchi di panico senza apparente motivo razionale, che hanno avuto inizio in un momento preciso (anche se forse la persona non si ricorda bene quando e in che contesto).

- disturbi non ben specificati (gastroenterici, senso di desolazione, come "una depressione"...)

- percezioni extra sensoriali (visive, uditive, olfattive, tattili...) spiacevoli, sentirsi osservati, a volte toccati, sentirsi "sotto attacco", energeticamente "risucchiati", sentirsi "derisi" o che qualcuno è incavolato con noi anche se non ci pare razionalmente possibile.

- un attacco energetico che si avverte più o meno palesemente, improvvisa stanchezza, un down di energia anche molto rapido, che ci lascia "energeticamente molto scarichi", proprio come si qualcuno ci avesse letteralmente "vampirizzati".

- avversione per le cose sacre, per i rituali sacri o per i luoghi e le persone "investite dal sacro" e/o con molta energia personale. L'avversione a volte non è neppure tale ma può essere disagio oppure suscitare un senso di rabbia, di paura o anche di assurda ed irrefrenabile comicità.

- trovare cose strane per es. rimasugli di rituali, spaghi, nastrini, oggetti aggrovigliati, chiodi, animaletti che non dovrebbero stare in casa...

- disturbi della casa: rumori, colpi, elettromestici che si rompono molto spesso o si comportano in modo bizzarro (questo può indicare che vi sono energie che interferiscono con questi strumenti).

Di certo sono cose che già sapete, ma era tanto per puntualizzare, poi ovviamente la casistica è molto variabile e raramente ci sono tutte queste cose insieme, solitamente solo alcune.

(riassunto dei concetti trattati nel libro di don Raul Salvucci, Le potenze malefiche, ed. Shalom)

Un altro punto importante è che, nel discernimento tra percezioni e disturbi spirituali da un lato, allucinazioni mentali e patologie psichiatriche dall'altro, si deve tenere conto che, anche nei casi ove vi siano legittimi motivi per sospettare una reale presenza spiritica, la persona può esserne talvolta così provata (soprattutto se non la sapeva gestire adeguatamente) da risultare anche alterata e sofferente, al punto che talvolta si rendono necessarie anche delle cure mediche oltre al percorso di liberazione personale.

"è tutta colpa del diavolo?". Oppure spesso la responsabilità di molte delle nostre azioni è più che altro... nostra....

Nuovo post: "è tutta colpa del diavolo" (??)
Sfatare miti e leggende di un certo tipo di mentalità popolare.

Una paziente un po' anziana l'altro giorno mi ha chiesto se andava bene che prendesse un farmaco per dormire anche di pomeriggio (benozodiazepine, gliele aveva prescritte il medico di base) perché si sentiva tutta agitata e angosciata.

- Perché angosciata, cosa è successo? - ho chiesto.

- Eh, sono inciampata su una scatola che tenevo in casa sul pavimento, ma sai perché? Perché mio nipote è entrato da me l'altro giorno, mi ha guardata male, quello lì...di certo mi ha mandato il malocchio, ecco perché poi io sono inciampata! Mi avrà mandato addosso le ENERGIE NEGATIVE DEL DIAVOLO -.

(OMMMIODDDDIOOOO ... c'è gente che ragiona così...)

Con voi è superfluo, ma mi raccomando: la fenomenologia preternaturale, di origine spiritica (angelica, diabolica, animica, come volete) non va confusa con stupide superstizioni popolari.
Il nipote che avrà avuto le balle girate l'ha guardata, forse neppure con reale intenzione "cattiva" e lei si era già messa in testa che "le aveva invocato contro il demonio", attribuendo a questo (non alla sua personale sbadataggine) un banalissimo incidente domestico in cui era andata inavvertitamente a sbattare il piede contro una scatola appoggiata sul pavimento di casa sua.

Spesso prima di andare a parare sul discorso preternaturale (e io lo scrivo da una che ammette che talvolta vi sia anche questa possibilità!) ci si dovrebbe comunque sempre chiedere quanto veramente dipende da cause naturali, quanto dipende persino solo da noi stessi e dal nostro comportamento.

Ci sono persone che di ogni fatto negativo, anche incidenti mortali a dire il vero, sono pronte ad incolpare, rispettivamente Dio e/o il Demonio.

Queste sono mentalità superstiziose e vendicative: "si deve sempre trovare qualcuno contro cui puntare il dito e qualcuno a cui dare la colpa" (il merito mai però!), tipico di chi non vuole riflettere e assumersi le eventuali responsabilità personali degli eventi e delle sue stesse scelte arbitrarie.
Ci sono persone che hanno la tendenza a vedere "negatività ovunque", scambiano uno sguardo magari stanco o nervoso per una maledizione vera e propria, e poi vanno in paranoia.

Raramente "gli spiriti" sono un problema. Gli esseri umani e il loro comportamento generano i problemi, non le entità, neppure quelle diaboliche qualora ve ne dovessero essere persino a decine... se la situazione viene gestita bene, esse saranno probabilmente sempre meno temibili di un solo essere umano violento, inconsapevole e stolto...

Percezioni Extra Sensoriali: un ricordo di alcuni anni fa



Padova, 15 agosto 2014

Il pomeriggio di oggi trascorre tra sole e piovaschi. Stavo riordinando camera mia...e mi è tornato in mente un episodio che mi è accaduto...se non mi sbaglio circa tre anni fa. E' buffo per me pensare di scriverlo qui, perché solo di recente ho "cambiato idea" sul fatto di "riferire o scrivere le mie esperienze"....ma tanto fu un fatto onesto, non cose spaventose.

 Qualche giorno prima avevo saputo dal quotidiano locale di un brutto incidente in cui aveva perso la vita un motociclista. Il malcapitato, uscito di strada, era caduto dentro un fossato ce ne sono diversi nelle campagne dalle mie parti - e lì era rimasto per un po' perché i soccorritori non riuscivano a scorgerlo. E' deceduto in ospedale.

Ero rimasta emotivamente colpita dal fatto che non era morto sul colpo come talvolta avviene in quel tipo di incidenti, ma era sopravvissuto per diversi minuti, lì nel fossato, senza che gli altri riuscissero a vederlo. Dopo essere stato finalmente notato e soccorso, era ancora cosciente. Poi deve essere successo qualcosa che ha destabilizzato la sua situazione clinica portandolo al decesso.
Pensavo dentro di me: - Poveretto... -. Di lui ricordo solo il nome, mi pare fosse Ivan e non doveva avere più di 35 anni o qualcosa del genere.

Ad un certo punto mi ritrovai a pensare a lui, ma non a pensare "e basta". Era un pensiero intenso, una concentrazione intensa e questo deve avere come "aperto un canale" tra me e quello spirito che aveva abitato il corpo umano cui era stato dato il nome Ivan.

Da lui mi arrivava una sensazione di paura, di tristezza.

Per un po' cercai di "inviargli" intenti di consolazione, di compartecipazione della sua delusione per quello che gli era accaduto o meglio, per le circostanze della sua morte.
Ma non mi aspettavo quello che sarebbe accaduto più avanti.
I giorni passavano e da Ivan smisero di arrivarmi segnali. Cominciai a perdere interesse e a dedicare le mie intenzioni e preghiere a tutt'altre situazioni.

Un pomeriggio che stavo svogliatamente cercando di studiare, avvertii una presenza entrare in camera mia e collocarsi alla mia destra, a circa mezzo metro da me. Istintivamente mi voltai e riuscii a visualizzare per una manciata di secondi la sagoma di un uomo. Stava presso la porta e il suo sguardo, per il poco che lo vidi, era di una tristezza impressionante.

"mi hanno lasciato lì"

quello era il pensiero che captavo da lui. 

- ma loro...non riuscivano a trovarti... - ho replicato io, perché avevo intuito che era Ivan.

"ma tu mi hai trovato, però dopo..."

Però dopo avevo perso interesse nella sua faccenda, anche perché non mi arrivava più il segnale dell'inizio. 

Intuii che Ivan era venuto a prendersi qualsiasi tipo di aiuto io potessi offrirgli. 
 
Era risentito con tutto e tutti - e anche con me. 

Non riusciva a sganciarsi dalla dimensione terrena.

Poi se ne andò... oppure, più probabilmente, io non riuscii più a sostenere la percezione e persi il contatto.

Ivan, nelle condizioni energetiche in cui era, emanava una sorta di antipatia. Da un lato mi stava antipatico "a pelle" perché "non era riuscito ad elevarsi" e trasmetteva risentimento. Dall'altro provavo compassione perché aveva sperimentato l'indifferenza altrui. Ma non riuscivano a vederlo. Forse era il suo karma, quello che doveva scontare. Forse lui si era reso colpevole di un'omissione di soccorso di un qualche tipo, di un'indifferenza verso qualcuno o qualcosa che invece meritava rispetto e aiuto.

Sì, penso che fosse il suo karma.

Mi ci vollero giorni per aiutarlo, ma poi riuscì a lasciare questa dimensione, ma penso che il suo viaggio sia lungo.

Il contatto con lui, la visualizzazione e lo scambio di forme-pensiero quella volta durò diversi secondi, quasi un minuto e fu uno tra gli scambi di battute più lunghi che potei sostenere, voglio dire, io non riesco a sostenere sintonizzazioni molto lunghe, poi perdo subito il contatto.

lunedì 16 giugno 2014

Una singolare esperienza... "paranormale" (?!)



Ieri sera ho coperto il turno di notte in ospedale e mi sono messa a scambiare due parole con un'infermiera. Non so più bene come, parla di questo, parla di quello, lei ad un certo punto mi racconta un fatto strano. Riferisce che, mesi fa, stava guidando verso casa e non aveva né bevuto né preso niente che potesse avere alterato le sue percezioni. Ad un certo punto ha visto qualcuno sbucare fuori all'improvviso dal margine della strada, troppo tardi per frenare ed evitare l'impatto.
Somigliava ad una persona, ma era di colore scuro, uniforme e grigiastro, si muoveva molto rapidamente. "Somigliava un po' ad un extra-terrestre, un po' come quelli che si vedono in certi film" - ha detto l'infermiera. Lei si aspettava il disastro, l'incidente. Invece no. Non c'è stato nessun impatto fisico tra quell'essere misterioso e l'automobile dell'infermiera, sebbene chiunque nelle medesime condizioni se lo sarebbe aspettato con la quasi assoluta certezza.

       "E' svanito nel nulla, proprio come era apparso. Come fosse stato fatto di fumo. Sei la prima persona a cui oso raccontarlo, ma non so perché l'ho detto proprio a te".

Io invece lo so, il perché. Perché inconsciamente noi sappiamo con chi parlare di certe cose, e sentiamo per intuizione quando invece è meglio tacere. Con me di queste cose si può parlare.
Conosco quell'infermiera, è una persona onesta, seria, brava nel suo lavoro e con gli altri. Non si inventerebbe mai una cosa del genere solo per dire qualche cavolata in giro, tanto meno in ospedale. La mia idea è che l'infermiera ha visualizzato qualcuno veramente, nitidamente, sebbene solo per pochi secondi.
Ha visualizzato "uno dei grigi", che sono una delle tipologie di visualizzazione spiritica tra le più comuni. Sono dei "piccoli demoni" che vengono spesso nella nostra dimensione tramite i portali.
Probabilmente la visualizzazione, questa "percezione extra sensoriale", è stata del tutto spontanea e casuale. E' interessante che queste cose capitino a persone comuni, come quell'infermiera, come me, come forse ad alcuni tra voi. Che questa sensibilità faccia parte di noi in qualche modo, ci è connaturata, anche se in molti esseri umani è presente solo in latenza, senza consapevolezza e senza controllo.
C’è scetticismo ed è comprensibile, ci sono altre spiegazioni e per quanto io le condivida in molti casi, e almeno in buona parte, poi tutte giungono ad un limite. Ed è quindi limitato e limitante pensare il nostro “piano dimensionale” come l’unico esistente, e soltanto poiché è quello che occupa la maggior parte di quanto riteniamo esperibile e misurabile.
Ed è per questo motivo, e anche ovviamente sulla base delle mie personali percezioni, oltre che di centinaia di altrui testimonianze in questo senso, che io continuo a voler dire che invece "loro esistono" (loro chi? Intelligenze non umane, se vogliamo spirituali, aliene o eteriche, come volete chiamarle, autocoscienti ed attive) e che l’assunzione di questo fatto, o perlomeno la considerazione di esso, potrebbe diventare, per noi, un incentivo a sperare, a credere, a cercare, a voler vivere una vita più piena ed intensa, meno legata a pregiudizi e superficialità materiali ma più incline ad alimentare valori etici, affetto, onestà intellettuale, fiducia, speranza, gioia.

martedì 27 maggio 2014

Vorrei descrivere un sogno dal sapore di una simbolica premonizione

Un sogno... un incubo... agghiacciante come una sinistra premonizione


Vorrei descrivere un sogno che ebbi ormai oltre sette anni fa, ma che penso si stia realizzando - purtroppo - almeno per quanto riguarda una parte dell'interpretazione del suo significato simbolico.

Dopo un breve sonno, mi svegliai nel cuore della notte e mi misi a sedere sul letto. Stavo per alzarmi perché volevo andare in bagno a bere un po' d'acqua dal rubinetto, quando udii "una voce". Era una voce neutra, né maschile né femminile, e la fonte della voce si trovava circa dietro la mia spalla destra. La voce mi disse di tornare a dormire. Meravigliata dall'inattesa comunicazione, ma dato che in quei giorni stavo pregando il mio Angelo, il mio spirito amico, decisi di "credere" e di obbedire a quella percezione, e mi stesi nuovamente a letto, tirandomi su lenzuola e coperte fino al naso. Poco dopo sentii che il sonno mi prendeva di nuovo e mi addormentai.
Sognai me stessa. Rientravo in Italia dopo un periodo trascorso all'estero e qualcuno veniva a prendermi all'aeroporto.
La casa di famiglia era quella di sempre, piena di oggetti e di libri. Ero felice di essere tornata nel Paese dove sono cresciuta, ma mi resi subito conto che l'atmosfera in casa era tesa, che qualcosa non andava per il verso giusto. Amici, parenti e vicini di casa erano venuti a salutarmi: sapevano del mio ritorno e io ero stata via per molto tempo. Tutti mi sorridevano e mi facevano domande e complimenti, ma la loro allegria aveva una nota stonata. Sul volto di tutti era steso un sottile velo di inquietudine.
Ad un certo punto, un rumore molto forte squarciò l'aria: l'ululato di una sirena. Una bambina presente nella stanza, la figlia di qualcuno di coloro che erano venuti a salutarmi, nell'udire il suono della sirena corse a rifugiarsi sotto il tavolo. Gli altri invece fingevano di rimanere calmi, con l'aria di chi a certe cose si è già abituato.
Per me quella era una novità assoluta, così corsi fuori, sul terrazzo, per guardare cosa stava succedendo. La sirena era installata sopra un furgone  e ve ne era una anche sopra un'automobile che lo precedeva. Entrambi i veicoli erano bianchi e sembravano mezzi per uso sanitario o ambientale (profilassi e roba del genere, i veicoli in dotazione alle ULSS). Le automobili che circolavano si spostarono ai lati della strada, lasciandola sgombra nel mezzo e molte di esse si fermarono per parcheggiare il più possibile lontano dalla strada. Anche il furgone bianco si fermò, ma in mezzo alla carreggiata ormai libera da altri veicoli. Ne uscirono due uomini tutti vestiti, da capo a piedi, con una tuta bianca.
Gli uomini, che erano anche muniti di guanti e di una mascherina, aprirono le porte del furgone ed incominciarono ad estrarre da esso, prendendoli tra le mani, molti esemplari di uccelli. C'erano piccioni, gabbiani, e altri pennuti. Gli uomini prendevano in mano gli uccelli e li disponevano sulla strada, in modo ordinato, gli uni accanto agli altri. Notai allora che tutti quegli uccelli erano malconci: alcuni feriti, altri denutriti, altri malati e spennati, ciechi o privi di un'ala o di una zampa. Non potevano scappare, non potevano volare via e rimanevano sulla strada, più o meno nella posizione in cui gli uomini li avevano deposti.
Quando i due operatori vestiti di bianco ebbero terminato di disporre ordinatamente gli uccelli sulla strada, risalirono a bordo del furgono, che si spostò qualche metro più avanti. Giunse allora un altro mezzo di traporto: era una specie di rullo compressore molto grande. Il rullo non si fermò di fronte alla schiera di uccelli distesi sull'asfalto, ma li schiacciò senza pietà. Mano a mano che il rullo si avvicinava e li schiacciava, gli uccelli tentavano di spostarsi, di fuggire, e gridavano, gridavano in un modo disperato, agghiacciante. Dove il rullo era passato, molti uccelli erano morti e pochi erano riusciti a scansarsi di lato ed evitare di finire schiacciati.  La strada era ricoperta di sangue e di resti di piume.
Alla vista di quel massacro, mi sentii gelare il sangue. Ero incredula e sgomenta. Tornai allora in casa: le persone presenti nella stanza, che io conoscevo e che pure dovevano avere udito le urla degli uccelli barbaramente uccisi, continuavano a fingere indifferenza e autocontrollo. La bambina, ancora sotto il tavolo, si era tappata le orecchie con le mani mentre inutilmente una donna - sua madre suppongo - cercava di convincerla a lasciare il suo "rifugio".
- Ma cosa sta succedendo? Cos'è tutto questo? -. Chiedevo io in modo concitato, ma nessuno mi rispondeva. Allora mi diressi verso la porta di casa per uscire e raggiungere la strada. Qualcuno cercò di trattenermi, ma io mi misi a correre e raggiunsi rapidamente il luogo della strage degli uccelli. Vidi che il furgone con a bordo i due uomini che avevano portato le vittime di quella carneficina era ancora parcheggiato e così mi misi a battere contro il finestrino. Uno dei due operatori con la tuta bianca uscì e io gli afferrai il polso gridando: - Ma perché fate questo agli uccelli? -. Allora lui, che era un bell'uomo sulla quarantina con gli occhi azzurri, mi guardò stupito e rispose:
- Quali uccelli, signorina? -.
Allora io mi voltai verso i corpi martoriati di quegli animali e vidi con orrore che quei corpi, prima così simili a quelli di uccelli di vario tipo, prendevano forme umane. Non erano uccelli, erano persone. Persone anziane, malati, disabili, barboni, poveri, drogati, emarginati, immigrati. Giacevano quasi tutti in una pozza di sangue, e chi non era morto era praticamente agonizzante. Alle grida disperate di chi veniva ucciso, seguivano rantoli e lamenti dei sopravvissuti. Il tutto sotto lo sguardo impassibile, gelido, di quegli "operatori di igiene".
- Signorina, si allontani per cortesia -. Mi disse l'uomo e io mi allontanai di alcuni passi verso il ciglio della strada.
Dal macchinario con il rullo scesero altri due operatori che avevano il compito di rimuovere i corpi. Lavoravano in fretta, come se avessero svolto quel compito molte volte, come fosse un lavoro di routine. Tanto i morti quanto gli agonizzanti superstiti furono caricati nuovamente sul furgone, che ripartì tornando indietro da dove era venuto, preceduto dall'auto bianca che conteneva, penso io, degli "ispettori", dei "controllori".  
Dopo avere rimosso quella povera gente dalla strada, l'asfalto fu lavato con un getto d'acqua e poi anche il rullo ripartì, dietro al furgone.
Allora dalle case costruite ai margini della strada (quella strada e quelle abitazioni esistono veramente) uscirono i rispettivi abitanti che si affrettarono a finire di pulire la strada stessa, di modo che, di fronte all'ingresso delle loro abitazioni, non rimanessero tracce del massacro. Poi il traffico tornò normale, come se niente fosse mai accaduto.

E il sogno finì così.
Mi svegliai agitata, sudata, spaventata. Impiegai alcuni secondi a riprendere il contatto con la realtà, a capire che mi trovavo in camera mia, che tutto era tranquillo, che di un sogno si era trattato. Eppure qualcosa dentro di me mi diceva che "non era solo un sogno", che le immagini che avevo visto erano in qualche modo ispirate. 
Compresi allora che le immagini del sogno erano simboliche: esse significavano la sofferenza di molte persone cosiddette "deboli" a livello sociale: anziani, poveri, emarginati, senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati, malati senza risorse...
Compresi che il sogno rappresentava un periodo di grande sofferenza e senso di "schiacciamento" delle fasce deboli della popolazione, e un aumento di povertà.
Ebbi questo sogno nel 2005.
Penso fosse una sorta di premonizione in forma onirica del fatto che la crisi economica che sarebbe diventata più severa negli anni a venire avrebbe avuto/avrà come conseguenza, tra le altre cose, la sofferenza grande di molta "povera gente" che non avrà risorse per difendersi, per poter continuare a vivere in modo dignitoso.
Quello che fatico ad accettare però è l'indifferenza che, nel sogno, vedevo stampata sul volto di chi ancora conservava un livello minimo o anche discreto di benessere. Non c'era solidarietà, ma molti, troppi, avevano scelto di non guardare, di non intervenire, di rimanere nella loro nicchia, nel loro quieto vivere. Questo "dettaglio" io lo trovai più agghiacciante delle grida di quei poveri disperati che inizialmente mi erano apparsi in forma di uccelli, e che poi si rivelarono essere, fuori di metafora, esseri umani.
Sono passati anni da quel sogno, e lo ricordo tuttora, vivido e tremendo come una sinistra premonizione.
Non ho trovato nessuna immagine, né disegno che io riesca a realizzare a mano libera, per mostrare quello che ho visto in questo sogno: era troppo vivido e realistico perché io possa riprodurlo per un blog.

post precedentemente pubblicato in  http://percezioniespordinarie.blogspot.it/ con data 25 aprile 2012.

lunedì 10 febbraio 2014

La tubercolosi e le misure di isolamento



La tubercolosi e le misure di isolamento 
(appunti della lezione, dicembre 2013)

La TBC è una malattia infettiva di eziologia batterica (Mycobacterium tubercularis) che si trasmette per via aerea. Tende a cronicizzare, ma può anche rivelarsi fatale in certi casi, specialmente in persone defedate, cioè immunocompromesse.
L’Italia è un Paese considerato “a bassa incidenza” per la TBC. La classificazione internazionale standard della TBC ammette 6 classi (da 0 a 5). 
Gli individui che rientrano nella “classe 0” sono sani, non hanno mai avuto contatti con il batterio responsabile dell’infezione tubercolare e non hanno quindi alcun segno di infezione neppure latente. 
Gli individui che rientrano nella “classe 1” sono entrati in contatto con il patogeno, ma non ne sono stati infettati neppure in latenza, tuttavia il test tubercolinico per loro ha esito positivo, il che indica che l’organismo è entrato in contatto con il batterio, anche se in questo caso non ne è stato infettato.
Gli individui che rientrano nella “classe 2” hanno un’infezione da TBC latente, quindi sono positivi al test, ma non presentano segni clinici di malattia (batteriologici, radiografici…).
Gli individui che rientrano nella “classe 3” sono infetti e la loro tubercolosi è attiva, slatentizzata a livello polmonare e/o extra polmonare, risultando positivi per tutti i criteri clinici senza lasciare dubbi alla diagnosi anche eventualmente autoptica.
Gli individui che rientrano nella “classe 4” sono infetti da una tubercolosi clinicamente non attiva. La loro anamnesi indica che in passato hanno avuto la malattia in forma attiva, la quale poi si è fermata, tornando latente e quindi non vi è evidenza clinica di TBC attiva, tuttavia i referti radiografici sono anomali e il test è positivo.
Gli individui che rientrano nella “classe 5” sono sospettati di avere la TBC, perciò viene considerata l’ipotesi diagnostica la quale però non è confermata. Si esegue comunque il trattamento in molti di questi casi, a meno che non si arrivi ad una diagnosi che escluda la TBC. Ad ogni modo un “sospetto di TBC” non potrà comunque protrarsi per oltre 3 mesi.
Quando si trova un paziente con TBC ci si deve anche chiedere se non si tratti di un nuovo caso, oppure di una recidiva, anche di un caso che era già stato trattato in passato. L’ultima ipotesi è che si tratti di un caso cronico in cui il trattamento non riesce a risolvere l’infezione, la quale cronicizza. La recidiva avviene quando un paziente era stato considerato “guarito” ma poi viene nuovamente posta una diagnosi di TBC.
L’OMS ha stabilito inoltre altre categorie riguardo l’esito del trattamento della TBC:
-        Un paziente potrà guarire.
-        Oppure riuscirà a terminare il ciclo di terapia
-        A volte la terapia può fallire
-        A volte il trattamento viene interrotto (mancata compliance)
-        A volte il paziente viene trasferito in un altro centro di cura
-        Oppure si perdono le sue tracce e non si riesce a fare il follow-up
-        Il paziente è ancora in trattamento
-        Il paziente è deceduto
La TBC è infettiva, è contagiosa. La sede è il polmone ma possono essere colpiti anche altir organi (reni, ossa, apparato digerente, prime vie aeree). La radiografia del torace mostra i segni polmonari (caverne, cavitazioni). Il paziente solitamente ha tosse, starnuti ecc.
Al fine di contenere il contagio è bene applicare misure preventive quali coprire naso e bocca durante gli atti di tosse e gli starnuti. Durante l’assistenza, evitare rischi di “farsi tossire in faccia”, specialmente durante pratiche che possono indurre ulteriore tosse o generare aerosol.
Ovviamente è importante considerare il tempo di esposizione, la frequenza dei contatti e per quanto tempo si è stati in contatto con la persona infetta da TBC.
Se l’ambiente è uno spazio chiuso (es. cameretta poco aerata) non avviene il cambio d’aria e i droplets (le goccioline emesse con l’espettorato o lo starnuto) rimangono  in circolo nell’ambiente poco ventilato.
L’informazione circa la situazione dell’infezione da TBC dovrebbe fornita dall’OMS ma anche da organi nazionali, come il Ministero della Sanità, e locali (i vari dipartimenti di prevenzione delle ULSS territoriali, i distretti ecc.). Quando si trova un pz infetto, si deve segnalare il caso compilando un apposito modulo di segnalazione di malattia infettiva. E’ interessata tutta l’unità operativa, la dirigenza medica e il dipartimento di prevenzione. Negli ambienti di lavoro non sanitari, il datore di lavoro è obbligato a fare riferimento al medico competente.
Il contatto con una persona infetta può essere definito ad alto oppure a basso rischio. 
Il contatto con persona infetta è ad alto rischio se diretto per oltre otto ore cumulative (anche quindi con pause tra un’ora e l’altra…) oppure se indiretto ma per oltre 12 ore cumulative. Sono a rischio i contatti durante manovre come una spirometria, endoscopie ecc. anche ovviamente per poche ore.
Per assistere una persona infetta da TBC è necessario prendere precauzioni preventive contro i droplets infetti: guanti, mascherina, camice  (eventualmente visiera).
Gli agenti biologici si dividono in 4 gruppi, il primo gruppo comprende agenti che probabilmente non causano malattie in soggetti umani o molto raramente, ma il quarto gruppo comprende agenti biologici che causano malattie in soggetti umani, costituiscono un rischio per i lavoratori, si propagano in comunità e non sono disponibili adeguate misure profilattiche o terapeutiche. 

Il Mycobacterium tubercolosis appartiene al terzo gruppo, perché si propaga in comunità ma esistono adeguate misure profilattiche e terapeutiche. Anche il virus HIV è classificato nel terzo gruppo poiché è possibile fare una buona profilassi. Al quarto gruppo invece appartengono agenti infettivi temibili e poco gestibili come il virus Ebola o quello della febbre emorragica.
Al termine dell’assistenza è necessario rimuovere ed eliminare i DPI con attenzione e lavare le mani dopo la rimozione dei guanti e del camice, prima di avvicinare le mani al volto per togliere la mascherina. Le mani vanno lavate ogni volta e anche più volte se si sospetta di averle contaminate nel corso della svestizione.
In isolamento vanno rispettate delle precauzioni standard per impedire il contagio per via aerea o mediante droplets infetti, oltre che per diretto contatto con il paziente. Le precauzioni standard si applicano da TUTTI gli operatori sanitari verso TUTTI gli assistiti senza considerare la diagnosi o il presunto stato infettivo. Infatti, che un paziente sia o non sia infetto da qualche agente patogeno, quando si ha che fare con il suo sangue, e in generale tutti i fluidi corporei, le secrezioni, le escrezioni, la cute lesa e le mucose, si devono applicare le precauzioni del contatto diretto, quindi i guanti puliti (non sterili a meno che la procedura non li richieda esplicitamente). Spesso sono indicati anche dispositivi quali la mascherina e nel caso di manovre di venipuntura es. prelievo, o la rimozione di un ago cannula, anche la visiera i quanto queste manovre possono potenzialmente provocare uno schizzo di sangue che potrebbe finire nell’occhio dell’operatore. La persona con diagnosi infettiva andrebbe tenuta in camera singola e nei pressi è necessario che vi sia un contenitore per il corretto smaltimento dei taglienti (alibox in plastica gialla con il tappo rosso) e a disposizione di chi entra nella camera dell’assistito ci dovranno essere (si allestisce solitamente una postazione tipo banchetto vicino alla porta della camera, se essa non dispone di un’anticamera-filtro) i DPI come guanti puliti, mascherina, camice monouso, eventualmente occhiali o visiera.
La trasmissione per via aerea avviene mediante la disseminazione, nell’aria, di goccioline molto piccole, di diametro inferiore ai 5 micron. La camera singola del paziente infettivo dovrebbe avere un frequente ricambio d’aria (6 ricambi/ora) e possibilmente una pressione negativa. La porta di ingresso va tenuta chiusa. Chi entra deve indossare i DPI respiratori. Il personale ricettivo è bene si astenga dall’entrare, se possibile entrino i colleghi. Il trasporto del paziente va limitato il più possibile. Si deve usare il camice monouso ed educare il personale, i visitatori eventuali se consentiti, e anche l’assistito se possibile, a prendere precauzioni finalizzare ad evitare il contagio (educazione sanitaria).
I droplets sono goccioline di diametro superiore ai 5 micron, espulse con colpi di tosse e starnuti oppure parlando o durante procedure come broncoscopia, spirometria, aspirazione… i droplets sono potenzialmente pericolosi perché quelli provenienti dalla persona infetta possono contenere microbi che colonizzano le vie aeree, non rimangono sospesi nell’aria ma si depositano attorno alla sorgente fino ad una distanza di circa 1 metro.
Il contagio per contatto diretto o indiretto riguarda microbi quali quelli responsabili della scabbia, della gastroenterite da Clostridium difficile e in generale altre infezioni resistenti. Le infezioni da contatto correlate alla pratiche assistenziali consistono nel passaggio di microrganismi dall’assistito infetto o colonizzato all’assistente che diventa ospite suscettibile (cioè vulnerabile al contagio, soggetto a contagio).
Il contatto indiretto avviene tra una persona infetta o colonizzata ad un ospite suscettibile con un oggetto contaminato che fa da intermediario tra la fonte dell’infezione (l’assistito infetto o colonizzato) e l’ospite suscettibile. Potrebbero essere oggetti come biancheria da letto, protesi dentaria, abiti...
Anche qui le precauzioni per contenere il rischio di contagio includono l’isolamento del paziente sistemandolo in camera singola, non insieme ad altri degenti, e l’allestimento di una postazione filtro dove gi operatori o anche gli eventuali visitatori se ammessi potranno indossare i DPI: guanti puliti, mascherina o anche visiera, camice monouso aggiuntivo. Il trasporto del paziente andrà il più possibile limitato, va fatta l’educazione sanitaria agli operatori, all’assistito se possibile, e anche ai famigliari e ai visitatori se ammessi.
E’ importante educare gli assistiti a COPRIRE sempre colpi di tosse e starnuti con un fazzolettino di carta, mettendolo davanti alla bocca e al naso quando si tossisce o si starnutisce. Le mani se usate nude, senza fazzolettino, si riempiono di droplets infetti e vanno LAVATE perché la persona con le mani contaminate di microbi potrebbe toccare oggetti o stringere la mano a qualcuno e “passargli” i microbi.
LAVARSI LE MANI è fondamentale per non diffondere germi. Se l’assistito è allettato, può usare delle salviettine disinfettanti o un gel disinfettante (es. Esosan gel mani).
(cfr Linee Guida Ministero della Salute: prevenzione della tubercolosi negli operatori sanitari e soggetti ad essi equiparati, 7 febbraio 2013)